L'ARCOBALENO

Grazie all' accurato e paziente lavoro di Nicola Aurilio e alla redazione di casaledicarinola.net abbiamo ora in formato digitale molti numeri della rivista  che tra il 1968 e gli anni '70 rappresentò un avvenimento culturale e sociale dirompente in una società ancora statica, culturalmente bloccata, chiusa ancora in un orizzonte angusto, 'rurale'.   La rivista, voce dell'omonimo circolo, a cui collaborarono in tempi e modi diversi le migliori menti del nostro paese e di quelli vicini, fu un sasso gettato nello stagno, che bene o male spinse tutti a fare i conti con i fermenti e le esigenze di una società in profonda trasformazione.

Un ringraziamento a Nicola Aurilio e a casaledicarinola.net per la meritoria opera di recupero di un pezzo di storia del nostro paese

Eravamo giovani, molto giovani e molto ingenui, in quel lontano 1968 quando, sotto l’impulso di Michele Lepore e del mai compianto abbastanza Gaetano Ruosi, ci associammo fondando un circolo culturale, al quale demmo il nome beneaugurante de “L’Arcobaleno”.

 

Affidammo la nostra incerta voce a un periodico mensile che prese lo stesso titolo. Con entusiasmo e totale inesperienza lo portammo avanti tra, inenarrabili difficoltà, fino al 1970. Difficoltà dovute alla penuria di spiccioli nelle nostre tasche, eppure ognuno metteva a disposizione quel poco che aveva per comprare carta, inchiostro, matrici, pagare il fitto del locale. Non avevamo sponsor, non ne volemmo per essere liberi. Lottammo, con forze ovviamente impari, contro il potere politico che, come ogni potere, avversava in tutti i modi, ricorrendo anche a colpi bassi, un pensiero che voleva essere libero e autonomo. Ci ribellammo alle nostre famiglie, assuefatte ad ubbidire ai “potenti” del tempo, di qualsiasi colore politico, lottammo contro gli innumerevoli benpensanti che ci volevano proni ai “ signori” che tutto decidevano e, in certi casi, addirittura imponevano alla povera gente. Non vincemmo, ma gettammo un seme che germogliò nei nostri cuori e nel pensare del paese. Non produssero frutti quei semi, ma qualche fiore sì. Anche oggi, ormai stanchi e carichi di anni, frustrati e avviliti dalle nerbate della vita, siamo fieri di quella bella gioventù. Non siamo riusciti a passare il testimone, dobbiamo ammetterlo, così come avremmo voluto, ma qualche labile traccia l’abbiamo lasciata. E poi possiamo dire di aver vissuto.

 

Dicevamo, era il mitico ’68, ne avvertivamo vagamente i fermenti, ma non sapevamo che, anche nel nostro piccolo paese, stavamo “facendo la storia”. Una storia che, pur tra devianze e storture, ha cambiato il mondo. Ad una certa età si è incline a sfogliare l’album dei ricordi, e allora ci è venuto in mente di dare un’occhiata a quei fogli ormai sbiaditi, macchiati dall’umidità e il trascorrere degli anni, con l’intento inconscio di riassaporare qualche briciola della remota gioventù. Scritti spesso puerili; poesie acerbe e retoriche, come tutti scriviamo durante l’adolescenza; dettati non sempre impeccabili sotto l’aspetto grammaticale e argomentativo, ma – almeno per noi – ancora freschi e toccanti. Testimonianze di un tempo quando ancora credevamo di poter cambiare il mondo o, almeno, di conquistarne uno migliore, come ogni giovane, di ogni epoca, crede. Forse siamo riusciti solo a non farci cambiare troppo dal mondo, ed è già un magnifico risultato…

 

Affidarne una copia al web, unico supporto che può resistere al tempo, ci è sembrato doveroso verso quei fogli ammuffiti che hanno fatto parte di un’altra età, splendente di gioventù, irripetibile come è sempre il passato. Lo consegniamo ai lettori. Quelli che quei giorni li hanno vissuti, con noi o estranei a noi e, soprattutto, alle nuove generazioni, quei ragazzi dei quali chiediamo di chi sono figli o nipoti per inquadrarli nei nostri ricordi. Siano indulgenti e ci facciano il grande dono di leggerle quelle incerte testimonianze con un briciolo di affetto: sono state scritte in altri tempi, per altre problematiche, sotto l’imperare di altri costumi. Sono scritte da coloro che furono giovani come lo sono loro oggi.

Nicola Aurilio       (tratto da casaledicarinola.net)

Nella presentazione di un numero speciale dell’agosto 1985, Michele Lepore, così ricordava la storia e le attività del circolo l’arcobaleno e dell’omonima rivista

 

Qualcuno di voi – non più giovanissimo- ricorderà “L’ARCOBALENO”, un circolo e un giornalino omonimo a carattere culturale che apparve –piccola stella solitaria- nei cieli di Casale e per ben due anni -1968-70- illuminò le coscienze giovani ed idealiste che intorno ad esso gravitavano. La piccola stella tramontò poi senza lasciare –ahimè!- nessuna scia.

 

Ai più giovani desidero dire cos’era L’ARCOBALENO o almeno cosa intendeva essere per noi e per tutti coloro che lo ebbero in simpatia e cos’era o cosa intendeva essere per coloro che in simpatia non lo ebbero affatto.

L’ARCOBALENO era (o intendeva essere) una piccola oasi di freschezza, un gioco divertente e appassionante, una palestra di impegno sociale, un richiamo verso certi valori mortificati, una piccola fiaccola di guida, una goccia di poesia una goccia di bellezza, un passettino verso il progresso e verso la civiltà, ed era poi una sferza coraggiosa che usavamo contro tutti coloro che, insensibili ai nostri richiami, volevano ostacolarci spesso ricorrendo ai boicottaggi e alla menzogna. Ed era anche uno specchio per parecchie coscienze.

 

Come tutte le cose che nascono e che prima o poi devono morire, L’ARCOBALENO non fece eccezione. Morì, ma oggi dalle sue stesse ceneri rinasce con un guizzo improvviso. Perché? Forse per un semplice gioco, o forse per dire ai giovani di oggi che non lo conobbero, che non sempre lo SQUALLORE è stato il distintivo di queste strade, per dire che una volta menti e cuori avevano impulsi ideali, fantasia.   Forse rinasce dalla nostalgia per un tempo in cui a Casale si respirava ancora, in cui a Casale c’era ancora da salvare qualcosa: un cuore, una mente, un sogno.

 

Vorrei ritenermi pessimista e un esagerato nel dire queste cose, ma io vorrei chiedere –fare un referendum- ad ogni singolo cittadino casalese se è contento della “qualità” della sua vita. E a qualunque risposta egli dia, io vorrei aggiungere un perché. Sei contento? Perché? Sei contento? Perché?   Io non so se simili domande a qualcuno capita di farsele.   Gli uomini sono uomini proprio perché sono dotati, a differenza degli altri animali, di una ragione. Ed è la ragione che dovrebbe guidarci, ma non la fiacca ragione che indirizza solo verso mete egoistiche, personali, bensì una RAGIONE che controlla la realtà, che sceglie, che domina e che si dirige verso il bene generale, verso mete di interesse comune.   La Ragione che non elimina meschinamente i sentimenti e gli impulsi vitali, ma, anzi, li domina e li incanala in quel solco della storia che, alla fine, farà giustizia di tutto ciò che è fasullo, di tutto ciò che è cattivo gusto.   Solo se coloro che guidano, che sono a capo di qualcosa, riescono a lasciare un’impronta di sé là dove operano, noi li esaltiamo, li ammiriamo e li ricordiamo, ma invece coloro che sono a capo pensano solo a loro stessi e non lasciano nessuna impronta per stupidità culturale e per incapacità, noi li disprezziamo e di quel tempo in cui erano a capo non ricorderemo mai nulla se non le cose negative che hanno fatto.   E sono condannabili perché è stata dato loro l’occasione per essere veri uomini e loro non hanno saputo approfittarne, se non per egoistici interessi. 

Michele Lepore (agosto 1985)

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